Giovedì 31 Gennaio alle 17 nell' Aula 75 (Benedettini) sarà proiettato del film Il grande capo di Lars von Trier nell'ambito della rassegna cinematografica Antieroi, organizzata dalla facoltà di Lettere e filosofia.
Il Grande Capo (Danimarca, 2007), è il film che segna un’autentica rivoluzione nel cinema del talento danese. Un uomo timoroso e incapace di affrontare la dura realtà del comando, sensibile com’è più all’amicizia per i suoi amici-colleghi-dipendenti che non al fascino del ruolo di leader, gestisce a fatica una fantomatica azienda informatica in incognito: il Grande Capo è lui, ma fa credere ai compagni che invece a dirigere tutto e tutti sia una specie di santone che prende le decisioni aziendali direttamente da un’inesistente sede principale americana. Succede allora che Ravn abbia bisogno di materializzare il Grande Capo per fargli firmare la cessione della compagnia; così, ingaggia come testa di legno un attore professionista, ma a questo punto ecco il guaio: l’attore ingaggiato si immedesima troppo nella parte e si presenta anche ai lavoratori. Da questo momento Davn è costretto a far vivere realmente un fittizio Grande Capo dentro l’ordinaria vita aziendale, assistendo in terza persona alle tensioni sempre crescenti fra chi detiene il potere e chi il potere lo subisce. Molti forzeranno l’interpretazione del nuovo film di VonTrier verso una direzione di decisa critica sociale nei confronti dell’alienazione derivante dall’aridità dei rapporti personali di lavoro all’interno dell’azienda. Ed anche se tutto ciò è vero ed è palese come l’autore stavolta non faccia dell’eccessivo moralismo, ma si limiti a uno sguardo di comprensione per tutti, datori di lavoro e dipendenti, è su un altro livello che "Il Grande Capo" costituisce un’inaspettata novità.
Innanzi tutto, scordiamoci, almeno in parte il Dogma. Certo, alcune regole rimangono intoccabili (basti notare l’insistente vuoto dell’assenza di musica composta ad hoc per il film), ma per la prima volta un film di VonTrier ha delle scenografie in parte costruite, movimenti della macchina da presa studiati e addirittura alcuni giochi in sede di montaggio (fare attenzione al dialogo fra Davn e l’attore Kristofferson sulle giostre). E già questo cambiamento dovrebbe far capire a tutti i diffidenti a oltranza che il cinema di VonTrier non è solo provocazione e caricatura fini a se stesse: è anche forma che si adatta a seconda dei casi al soggetto; è anche amore e ammirazione verso generi e culture cinematografiche da lui molto lontani. La voce fuori campo che ripercorre assieme allo spettatore gli stereotipi tipici dei più illustri esempi presi a modello della commedia americana, che va da Hawks a Capra, sta lì a dimostrarcelo.
Anche se molti continueranno a liquidare VonTrier come un banale eccentrico, è altresì vero che qualsiasi autore che continui a raccontare storie (fra l’altro con sceneggiature ricche di battute da ricordare, come in questo caso) rifiutando ogni forma di stanca standardizzazione nei criteri di messinscena visiva e narrativa debba ricevere la dovuta attenzione e ammirazione.
(31 gennaio 2008)