Gianni Amelio è uno di quei registi che hanno amato il cinema prima da spettatori appassionati e poi da cineasti. Questa viscerale passione per la settima arte alla generazione di cineasti come Amelio ha permesso di coltivare amori apparentemente inconciliabili, qualche volta contraddittori, come il cinema hollywoodiano di genere, la libertà autoriale della nouvelle vague e la lezione morale del neorealismo. Ma quelle che appaiono contare di più per Amelio sono le attenzioni verso il cinema italiano.
Film dopo film il suo linguaggio si libera degli orpelli del mestiere e dei vezzi di regista divenendo sempre più spoglio. Sceglie l’arte del togliere, del levare. I movimenti della macchina da presa esprimono i movimenti degli stati d’animo dei personaggi e cercano il contatto con le cose e con l’ambiente, con il paesaggio, per focalizzare meglio lo sguardo sui caratteri, sugli attimi rivelatori: un rendiconto affettivo e sociale, quasi sempre dai risvolti crudeli e distruttivi, che diventa storia e racconto, anima del film e del suo autore, rivelatori delle ragioni profonde e dell’atteggiamento morale (mai gnomico), che motivano la necessità di fare cinema. Nei film di Amelio predomina lo sguardo vero; uno sguardo attento ai minimi particolari, un’analisi minuta dei comportamenti. Non uno sguardo emotivo che corre il rischio di segnare, di enfatizzare la realtà, ma una visione sincera della realtà stessa, che il regista non prende mai in prestito, perché non si fa portatore di sguardi altrui. Pur scavando nel privato, nell’intimo di ciascuno dei suoi personaggi, il sentimento di cui Amelio nutre i suoi film, non riguarda esclusivamente emozioni, bisogni individuali, personali, perché mai egoistici, anzi ricchi di profonda umanità. Essi investono la sfera più ampia dell’universale, interrogano il destino collettivo perché intrisi di un profondo senso della giustizia sociale e della dignità umana.
Amelio è uno dei pochi registi che sa andare in fondo alle cose, che sa offrire la radiografia del cuore e del dolore evitando lo spettacolo della sofferenza.
Il suo è un cinema di riflessione e di ascolto, teso a cogliere le istanze spirituali e sociali dell’altro con un respiro pacato del discorso, senza mai alzare i toni. Ma è anche un cinema intenso, mai rassicurante.
Sebbene Amelio non trascuri occasione per ricordarci che il suo cinema fa riferimento alla sua vicenda privata, anzi forse proprio per questo, egli è autore che vive il nostro tempo e i suoi mali e ne mette a nudo le storture, le malefatte, le ingiustizie, la disperazione, la disumanizzazione.
Quelli che mette in scena sono conflitti umani dentro conflitti storici.
Da ciò un’avvertita esigenza estetica si coniuga, sempre e felicemente, con una pervicace tensione etica, in una piena corrispondenza tra pensiero e forma, che rifiuta i vani lenocini della retorica del cinema contemporaneo.
L’amorevole e, al contempo, spietato “cineocchio” di Amelio, di film in film, oltre a scandagliare gli aspetti meno appariscenti del quotidiano è puntato sulle anomalie, sulle storture, sul degrado e sulle ingiustizie del nostro paese, attraversando un’Italia derubata delle sue radici, tragicamente colma d’abbandono, di volgarità e di corruzione morale.
Il regista mette i suoi protagonisti su una strada verso difficili viaggi, non importa se verso il sud o verso il nord, ma sempre viaggi iniziatici, emotivi, verso la scoperta di sé e degli altri attraverso l’amore e il dolore, dove questi sentimenti sono un percorso, arduo ma irrinunciabile, verso un’assunzione di responsabilità, una presa di coscienza; viaggi che non partecipano solo di un mondo personale, ma attraversano anche trent’anni della nostra storia.
Un cinema che offre allo spettatore la possibilità di confrontarsi con i propri problemi e con la realtà che lo circonda. Un cinema raro perché non conciliante. Un cinema duro, il più delle volte contro. Un cinema capace di assumersi problemi ostici, di difficile risoluzione.
Confronti generazionali; grovigli di sentimenti fraintesi; la difficoltà a costruire dei rapporti umani pieni e risolutivi; i nodi familiari, radice prima di sofferenza; la consapevolezza del dolore di esistere. L’assoluto enigma dell’altro e la necessità di solidarietà tra le anime; il viaggio, nel tempo, nello spazio, dentro noi stessi. L’infanzia non fine a se stessa, quanto piuttosto cartina al tornasole per smascherare il comportamento degli adulti, metterli di fronte alle loro ipocrisie, ai loro dubbi al loro rimosso. Il bisogno di confrontarsi con il proprio passato e la propria storia. Un contraddittorio amore per il sud.
Temi e film forti e struggenti che restano nella vita degli spettatori come un’esperienza vissuta, come un’emozione personale, come una propria memoria. Perché il cinema di Amelio ha la capacità “miracolosa” di «rendere visibile l’invisibile, di rendere chiaro ciò che è oscuro, palese ciò che è nascosto, di smascherare ciò che è celato, di trasformare la finzione in realtà, di fare della menzogna verità».
(03 dicembre 2007)