Giovedì 22 novembre al cinema Odeon prosegue la rassegna cinematografica del Cinestudio con il film Grizzly Man (Usa 2006) di Werner Herzog. Nell’estate del 1990 Timothy Treadwell sui reca in Alaska per vivere insieme agli orsi grizzly. Da allora fa ritorno ogni anno per documentarne da vicino le abitudini, sino al 2003 quando, insieme alla fidanzata, trova la morte proprio ad opera di una di quelle creature che credeva amiche.
E’ un accorato incontro postumo quello avvenuto tra Werner Herzog e Timothy Treadwell vittima di un tragico destino. L’uno regista di fama internazionale, l’altro ecologista e filmaker radicale che ha pagato con la vita il fatto di esserlo. Entrambi nutriti dall’idea che con le immagini filmate si possono raccontare grandi storie, aprire inimmaginabili squarci sulla realtà anche a costo del sacrificio estremo. In effetti pare incredibile che un uomo possa aver vissuto tredici estati della sua esistenza nel parco naturale di Katmai in Alaska, da solo o talvolta in compagnia di qualche fidanzata, circondato dagli orsi grizzly, rigorosamente disarmato, con l’obiettivo di fronteggiare i bracconieri. Dal 1998 Treadwell portò con se anche un paio di telecamere digitali con cui realizzò un fiume di immagini delle sue esperienze tra gli orsi. Finché, un giorno di fine estate del 2003, avvenne la tragedia annunciata: un orso meno docile degli altri, o forse solo più affamato, sbranò Treadwell e la sua compagna Amie Huguenard. Una storia così non poteva non affascinare un regista-filosofo come Herzog. Chi era Thimothy Treadwell, perché fece quella scelta così estrema, cosa ha lasciato e soprattutto cosa possiamo pensare di un essere umano che per amore di conoscenza e desiderio di protezione di una specie diversa dalla sua era arrivato al punto di voler diventare egli stesso un orso? Sono questi gli interrogativi di "Grizzly Men", un documentario nel classico stile del regista tedesco: estremo, poetico e impressionante come tutto il suo cinema. Un film che a tratti ricorda l’impresa impossibile di "Fitzcarraldo" con la sua sfida alla natura. Treadwell come Kinski, come gli eroi tormentati e solitari che vivono nel cinema di Herzog in cui vita, sfida alla morte e immagini si fondono in un tutt’uno.
L’incontro di Herzog con Treadwell è stato necessariamente un incontro cinematografico grazie alle decine e decine di ore di filmati trovati dopo la sua morte. Treadwell vi compare sempre in primo piano, davanti alla telecamera posta su un treppiede, con gli orsi dietro di lui. Nella sua solitudine di fronte alla natura egli parla ad un ipotetico pubblico da diretta TV con un furore a tratti eccessivamente narcisistico con la consapevolezza che le parole che sta pronunciando potrebbero essere le ultime.
L’esigenza profonda di Herzog è stata dunque dare un senso a quel flusso caotico di immagini, portare a conoscenza del mondo, con acuta riflessione e sensibilità, ciò che Treadwell, nella sua folle impresa, ha voluto fare della sua vita. La vicenda si dipana, allo stesso tempo, con stile sobrio e drammatico attraverso le immagini di Treadwell, la voce narrante dello stesso Herzog e una sequenza di personaggi collaterali: amici, familiari, ecologisti del gruppo grizzly people. Il fulcro del documentario è tuttavia la tensione tra la visione idilliaca e armonica che Treadwell ha della natura nella quale si immerge, e quella pessimistica e disincantata di Herzog che legge invece, nelle splendide e spontanee immagini degli orsi “rubate” da Tim, la conferma di una natura ostile e spietata nei suoi meccanismi regolatori più atavici e immutabili. Il ritratto postumo di Treadwell ossessionato dal suo folle e ingenuo coraggio sembra essere il profilo di chi, oltre che paladino dei grizzly dell’Alaska, fosse alla ricerca tormentata di sé.
(22 novembre 2007)